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TRACCIA PARERE CASO CIVILE N. 1 - ESAME AVVOCATO 2015 (SUCCESSIONI)

CORSO FGLAW

ESAME AVVOCATO 2015

PARERE CIVILE N. 1 (SUCCESSIONI)

15 DICEMBRE 2015

 

Pubblicato il 15 dicembre 2015

 

Traccia caso civile n. 1 – Esame Avvocato 2015

"Tizio coniugato con due figli è deceduto ab intestato il 12.1.2015 lasciando un patrimonio costituito esclusivamente da un appartamento del valore di 90 mila situato in una località di montagna in cui con la famiglia era solito trascorrere vacanze estive. Poco prima di morire, Tizio aveva effettuato due valide donazioni in denaro, la prima di 250mila euro in favore del figlio Caio in data 5.1.2015 (con dispensa dalla collazione), la seconda di 60 mila euro in favore dell’amico Sempronio in data 10.1.2015. L’altro figlio Mevio, subito dopo l’apertura della successione si è trasferito nel predetto appartamento avendo trovato lavoro nelle vicinanze, in data 10.3.2015 si reca da un legale per un consulto ritenendo che i propri diritti siano stati lesi dalle donazioni di cui sopra. Assunte le vesti del legale di Mevio, il candidato illustri le questioni sottese al caso in esame ed individui le iniziative da assumere e gli strumenti di tutela esperibili".

 

SVOLGIMENTO SCHEMATICO DEL PARERE

 

Avv. Flavia DEL GROSSO

(Funzionario della Corte dei conti, vincitrice del concorso in magistratura, ex corsista FGLAW)

 

 

Il caso è stato sviluppato senza l’utilizzo delle tecniche formali, redazionali e di citazione della Scuola FGLAW che sono riservate e trasmesse solo ai nostri corsisti.

 

La questione per la quale si richiede motivato parere legale involge gli istituti più complessi del diritto delle successioni, tra cui, in particolare, i diritti dei legittimari e la loro tutela in caso di lesione. Si richiede, più in dettaglio, l’esame della posizione di Mevio erede legittimo del defunto padre Tizio, quest'ultimo, da una parte ha lasciato un cespite del valore di Euro 90.000, ma dall’altra ha fatto donazioni in vita per Euro 310.000.

La soluzione del quesito richiede una, sia pur breve, disamina della disciplina delle successioni legittime, di cui agli artt. 565 ss c.c., dei diritti dei legittimari ex artt. 536 ss c.c., degli strumenti di tutela assicurati ed, in particolare, delle condizioni dell’azione di riduzione.

Il nostro ordinamento contempla due sole forme di devoluzione dell'ereditá, quella per testamento e quella per legge, quest’ultima opera in assenza di un atto di ultima volontà oppure quando questo non abbia esaustivamente regolato tutti i rapporti patrimoniali del de cuis. Più in particolare, il legislatore nel regolare l’ipotesi in cui un soggetto muoia senza aver disposto per testamento delle proprie sostanze, individua i soggetti che debbono succedergli ed in che misura. 

Nel caso di specie, Tizio muore ab intestato lasciando un coniuge e due figli; dal sistema delle norme di cui agli artt. 566 e 581 c.c. si ricava che essi gli succedono nella quota di un terzo ciascuno. Posto che il patrimonio del de cuius al momento dell’apertura della successione è costituito da un immobile del valore di Euro 90.000, i tre eredi subentrano, in comunione, nella proprietá di tale immobile, per la  quota di Euro 30.000 ciascuno.

Il legislatore, però, disciplina anche particolari diritti che spettano ad alcuni tra i soggetti previsti tra le categorie di successibili: il coniuge, i figli e gli ascendenti. Questi soggetti, detti legittimari, hanno diritto ad una determinata quota del patrimonio del de cuis (quota di legittima), sia se l’eredità si devolve per testamento, che per legge. Il de cuis non può infatti disporre con testamento andando ad intaccare la quota minima individuata dal legislatore per ogni legittimario. Anche nel caso, come quello all’esame, in cui si tratti di successione devoluta per legge, ugualmente potrebbe aversi lesione in virtù di donazioni fatte in vita, le quali vengono considerate come delle " anticipazioni” sulla successione futura.

Ovemai, per mezzo delle disposizioni testamentarie e/o delle donazioni, il de cuis abbia disposto per una quota superiore a quella per legge disponibile, gli eredi legittimari pretermessi, o comunque lesi, possono agire in riduzione delle disposizioni e/o donazioni lesive stesse avverso gli eredi, legatari o donatari (art. 553 ss c.c.).

Nel caso, come in quello di specie, in cui concorrono il coniuge e due figli, a tenore dell’art. 542, comma 2°, è riservata al primo la quota di un quarto del patrimonio ed ai secondi un  mezzo (quindi un quarto ciascuno).

Per valutare se vi è stata lesione di un legittimario, poi, ex art. 556 c.c., bisogna effettuare un’operazione matematica detta riunione fittizia, per la quale si somma il relictum (cespiti rinvenuti nel patrimonio al momento dell’apertura della successione) al donatum (eventuali donazioni fatte in vita) e si sottrae il debitum (rapporti passivi presenti nel patrimonio ereditario). E’ sul risultato di questa operazione che si valuta di quanto il de cuis poteva disporre senza intaccare la quota riservata ai legittimari.

Nel caso dell’eredità di Tizio, il relictum è di Euro 90.000, il donatum di Euro 310.000 (Euro 250.000 in favore di Caio più Euro 60.000 in favore di Sempronio), presupponendo l’assenza di debiti, l’asse ereditario ammonta a Euro 400.000. 

Orbene, posto che, come detto, nel concorso del coniuge con i figli, ad ogni legittimario spetta una quota di un quarto, Tizio poteva disporre solo di Euro 100.000, ed ad ognuno dei suoi tre eredi è riservata la quota di Euro 100.000. Se ciò è vero Mevio, la cui posizione qui interessa, avendo ricevuto solo Euro 30.000, è stato leso per Euro 70.000.

Venendo ai rimedi che quest’ultimo può azione, si suggerisce l’esperimento dell’azione di riduzione di cui ai citati art. 553 ss c.c. Si tratta di un'azione personale di accertamento costitutivo, con la quale si rendono inefficaci le liberalitá eccedenti la quota disponibile, nei confronti del legittimario pretermesso o leso che la esperisce. La condanna alle restituzioni, invece, si ottiene grazie all'azione di restituzione.

In questo caso specifico l'azione di riduzione avrá ad oggetto, non disposizioni testamentarie, ma le donazioni fatte in vita. Ex art. 559 c.c., in particolare, queste si riducono “cominciando dall’ultima e risalendo via via alle anteriori”.

In base a tale norma dovrebbe ridursi prima la donazione fatta all’amico Sempronio in data 10/01/2015, per Euro 60.000 e per i restanti Euro 10.000 quella fatta in favore di Caio in data 05/01/2015.

Tuttavia, va detto che l’azione di riduzione può essere esperita solo a determinate condizioni ed, in particolare, quando vi è un legittimario leso, ma comunque chiamato a succedere, questi deve accettare l'eredità con beneficio d'inventario, salvo che le liberalità da ridurre non siano state fatte a favore di coeredi (art. 564 c.c.).

Secondo l'opinione prevalente, si tratta di una formalità necessaria allo scopo di proteggere i donatari ed i legatari estranei rispetto alla cerchia degli eredi nominati dal testatore, per permettere l’effettiva verifica della consistenza dell’asse ereditario e della eventuale lesione.

Nel nostro caso, la donazione che dovrebbe ridursi per prima è stata fatta a Sempronio, soggetto che non è erede (non rientrando egli in alcuna delle categorie di successibili per legge) e, dunque, Mevio deve accettare, non puramente e semplicemente, ma con beneficio d’inventario, pena l’inammissibilità dell’azione di riduzione.

In particolare, poiché Mevio, con il suo trasferimento nell'immobile, é entrato nel possesso del bene ereditario, si consiglia di provvedere alla redazione dell'inventario nel termine di tre mesi dall'apertura della successione (12/01/2015) come prescritto dall'art. 485 c.c. e di accettare con le formalitá di cui all'art. 484 c.c. nei successivi quaranta giorni, per non decadere dal suddetto beneficio ed essere considerato erede puro e semplice.

Va prospettata la possibilitá che venga contestata a Mevio l'impossibilitá di accettare con beneficio, per aver accettato puramente e semplicemente con una manifestazione tacita di volontá, integrata dall'atto di trasferimento nell'immobile subito dopo la morte di Tizio (si ha accettazione tacita <<quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella sua qualità di erede>> art. 476 c.c.). 

Tuttavia, si potrebbe facilmente contraddire l'eccezione citando la giurisprudenza che, in più di un’occasione, ha chiarito come <<l'immissione nel possesso dei beni ereditari non comporta di per sè accettazione dell'eredità, atteso che l'art. 460 cod. civ. attribuisce al chiamato, in quanto tale, e pertanto anche anteriormente all'accettazione e addirittura senza bisogno della loro materiale apprensione, il potere di esercitare le azioni possessorie a tutela degli stessi beni>> (Cass., sez. II, 15/02/2005 n. 3018) ed ancora che <<in tema di successioni "mortis causa", l'immissione nel possesso dei beni ereditari non è di per sé sufficiente ad integrare l'accettazione tacita dell'eredità, potendo la stessa dipendere anche da un mero intento conservativo del chiamato o da tolleranza da parte degli altri chiamati>> (Cass., sez. II, 27/10/2005, n. 20868).

Ed invero, nel caso di specie si potrebbe sostenere, per esempio, che la temporanea permanenza di Mevio presso l'immobile, nel quale peraltro spesso la famiglia si recava per vacanze, è atto tollerato dagli altri coeredi.

In ogni caso, pure a voler ritenere preclusa l'azione verso Sempronio, Mevio potrá agire in riduzione per Euro 70.000 contro il fratello Caio, posto che, come detto, la condizione di ammissibilità dell'accettazione beneficiata non opera tra coeredi.

In conclusione, si consiglia, in primo luogo, di provvedere alle formalitá prescritte in tema di accettazione con beneficio di inventario, per poter agire in riduzione della donazione nei confronti di Sempronio, per la somma di Euro 60.000 e nei confronti del fratello Caio per la restante somma di 10000, entrambe le azioni di riduzione vanno esperite nell'ordinario termine decennale.

Ovemai si ritenesse inammissibile l'azione avverso Sempronio per i motivi sopra esposti, si potrá agire per l'intero contro Caio.

In caso di inottemperanza da parte dei donatari alla sentenza di riduzione Mevio potrá anche esperire l'azione di restituzione per vederli condannati alla ripetizione delle suddette somme.

 

 

TALUNE SENTENZE DI RIFERIMENTO

 

Corte di cassazione, sentenza 15 febbraio 2005, n. 3018 “l'immissione nel possesso dei beni ereditari non comporta di per sè accettazione dell'eredità, atteso che l'art. 460 cod. civ. attribuisce al chiamato, in quanto tale, e pertanto anche anteriormente all'accettazione e addirittura senza bisogno della loro materiale apprensione, il potere di esercitare le azioni possessorie a tutela degli stessi beni

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA


MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo i ricorrenti, denunciando violazione degli articoli 300 - 330 e 331 c.p.c., rilevano che l'atto di integrazione del contraddittorio disposto dal Tribunale di Nola con ordinanza del 7.7.1999 avrebbe dovuto essere notificato a Maria S perché essendo quest'ultima al momento della pronuncia dell'ordinanza menzionata già deceduta, il decesso non era stato dichiarato dal suo procuratore; conseguentemente l'atto di integrazione del contraddittorio notificato invece al presunto unico erede di Maria S era nullo, e tale nullità non era stata sanata in quanto l'atto non aveva raggiunto il suo scopo, non essendosi costituito il destinatario della notifica. La censura è infondata. Il giudice di appello ha ritenuto che l'atto di integrazione del contraddittorio era stato ritualmente notificato all'unico erede di Maria S, ovvero a Raffaele N, come risultava dalla certificazione anagrafica relativa alla parte deceduta. Tale convincimento è pienamente condivisibile, poiché nel caso di morte di una parte in giudizio, la mancata dichiarazione dell'evento ad opera del procuratore costituito ai fini interruttivi ai sensi dell'art. 300 c.p.c. non impedisce alla controparte che sia comunque a conoscenza di tale evento di prendere l'iniziativa della chiamata in giudizio dei successori della suddetta parte, dovendosi in questa ipotesi intendere il termine riassunzione impropriamente usato come atto di impulso processuale non conseguente ad una precedente fase di interruzione, ma volto anzi ad evitarla (Cass. 24.7.1986 n. 4744; Cass. 14.2.1992 n 1434).
Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione degli articoli 324 c.p.c. e 1171 c.c., richiamano la sentenza N. 5805 del 1976 del Tribunale di Napoli emessa nella causa introdotta da Teresa S e dal marito Marino F nei confronti di Angelo S avente ad oggetto una denuncia di nuova opera relativa ad alcuni lavori eseguiti dal convenuto sul sottotetto per cui è causa;
all'esito del giudizio, al quale aveva partecipato a seguito di chiamata in causa anche Maria S, il Tribunale aveva rigettato l'eccezione di usucapione sollevata da Angelo S, ma aveva accolto l'altra eccezione di prescrizione del diritto di accettare l'eredità da parte di Teresa e di Maria S, cosicché, essendo stata tale sentenza appellata soltanto da Teresa e non anche da Maria S, nei confronti di quest'ultima si era formato il giudicato.
I ricorrenti a tal punto rilevano che la sentenza impugnata ha erroneamente ritenuto che all'azione prevista dall'art. 1171 c.c. sia legittimato soltanto il possessore e non anche il proprietario, come era avvenuto nella fattispecie, dove le parti avevano trattato la causa sotto un profilo petitorio; inoltre assumono che contrariamente al convincimento del giudice di appello, l'accertamento dei requisiti soggettivi richiesti per l'esercizio di una determinata azione costituisce un giudicato implicito.
La censura è infondata.
La sentenza impugnata non ha affatto ristretto la legittimazione all'azione di denuncia di nuova opera al possessore, ma ha semplicemente ritenuto la natura possessoria del giudizio instaurato dinanzi al Tribunale di Napoli da Teresa S e Marino F nei confronti di Angelo S con il quale si chiedeva la condanna di quest'ultimo alla eliminazione delle opere eseguite sul sottotetto oggetto di comproprietà tra le parti, pur dando atto che nel giudizio di merito era stata introdotta una domanda di "negatoria servitutis"; sulla base di tale premessa il giudice di appello ha rilevato che presupposto necessario della decisione del Tribunale di Napoli era soltanto l'accertamento del requisito del possesso da parte dei ricorrenti, ritenuto insussistente dal Tribunale, e che quindi era ultronea la successiva affermazione secondo cui il mancato possesso implicava non accettazione dell'eredità con conseguente prescrizione del relativo diritto.
Il giudice di appello, quindi, evidenziava che, all'esito della sentenza della Corte di Appello di Napoli del 22.9.1978 che aveva poi ritenuto sussistente il requisito del possesso in capo ai ricorrenti in primo grado, decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 15.1.1981, la sola questione coperta da giudicato era costituita dall'esistenza del possesso da parte di Teresa e Maria S, mentre la questione relativa alla accettazione dell'eredità da parte di costoro era stata trattata "ad abundantiam", considerato che l'immissione nel possesso dei beni ereditari di per sè non equivale ad accettazione dell'eredità, e che d'altra parte l'art. 4 60 c.c. prevede che il chiamato all'eredità può esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, quindi anche prima dell'accettazione dell'eredità medesima.
Pertanto il giudice di appello ha logicamente escluso l'esistenza di un giudicato implicito sulla declaratoria di prescrizione del diritto di accettare l'eredità da parte di Maria S, conclusione cui era giunto il giudice di primo grado sulla base del rilievo che la menzionata sentenza del Tribunale di Napoli, che aveva ritenuto sussistente tale prescrizione, era stata impugnata soltanto da Teresa S.
Orbene il convincimento espresso dal giudice di Appello è pienamente condivisibile, considerato che i ricorrenti non hanno specificatamente censurato le affermazioni svolte nella sentenza impugnata in ordine alla insussistenza di un rapporto di stretto collegamento tra la questione dell'accettazione dell'eredità da parte di Teresa e Maria S e quella sull'esistenza dello stato del possesso in capo ad esse, risolta positivamente dalla menzionata sentenza della Corte di Appello di Napoli.
Una volta infatti affermato che l'unico presupposto per l'accoglimento del ricorso per denuncia di nuova opera promosso da Teresa S e Marino F era la qualità di possessori da parte dei ricorrenti, deve logicamente concludersi per l'insussistenza di alcun giudicato implicito su altre questioni pure decise in quella sede, atteso che il giudicato implicito postula che tra la questione decisa e quella che si vuole tacitamente risolta sussista non soltanto un rapporto di causa ed effetto, ma un nesso di dipendenza così indissolubile da non poter decidere l'una senza aver prima deciso l'altra.
Con il terzo motivo i ricorrenti, deducendo violazione degli artt. 112 - 276 ultimo comma e 277 c.p.c. nonché omessa motivazione, censurano la sentenza impugnata per non avere esaminato la richiesta degli esponenti di dichiarare la prescrizione del diritto di accettare l'eredità paterna da parte di Maria S e di pronunciare la nullità o quantomeno la non opponibilità ad essi dell'atto per Notaio A del 3.4.1979.
La censura è infondata.
Dall'esame diretto degli atti (consentito a questa Corte dalla natura procedurale del vizio denunciato) si rileva che l'eccezione di prescrizione sopra enunciata non risulta essere stata formulata dagli appellati (odierni ricorrenti) nelle forme di cui all'art. 346 c.p.c., non essendo a tal fine sufficiente la generica richiesta di inammissibilità o di improcedibilità dell'appello o di rigetto di esso nel merito; infatti ai sensi dell'art. 346 c.p.c. la parte vittoriosa in primo grado ha l'onere di riproporre, a pena di formazione del giudicato implicito le domande e le eccezioni respinte o ritenute assorbite, manifestando in modo chiaro e preciso la propria volontà di riaprire la discussione e di sollecitare la decisione su di esse in qualsiasi momento del giudizio di secondo grado, fino alla precisazione delle conclusioni (Cass. 17.12.1999 n. 14267; Cass. 20.3.2001 n 4009).
 

 

Corte di cassazione, sentenza 27 ottobre 2005, n. 20868: In tema di successioni "mortis causa", l'immissione nel possesso dei beni ereditari non è di per sé sufficiente ad integrare l'accettazione tacita dell'eredità, potendo la stessa dipendere anche da un mero intento conservativo del chiamato o da tolleranza da parte degli altri chiamati”.

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato il 12.1.1983 Norma T R conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Busto Arsizio la sorella Esterina T M, il marito di costei Piero M e la S.p.a. C esponendo:
nel 1961 il padre Francesco T aveva trasferito in comproprietà alle figlie M ed Esterina 48 azioni della s.p.a. C (concessionaria della Coca Cola) intestando tali azioni per motivi di opportunità alla sola Esterina, pur restando di proprietà comune delle due sorelle in ragione del 50% ciascuna;
tale partecipazione azionaria era stata gestita, per conto e nell'interesse delle due sorelle, dal comune mandatario Piero M che aveva regolarmente versato all'attrice metà dei dividendi relativi alla partecipazione azionaria della C fino al 1981, allorché i versamenti erano inspiegabilmente cessati. Norma T chiedeva quindi che fosse accertata la sua comproprietà al 50% sia della originaria partecipazione azionaria sia dei frutti e dei successivi incrementi, comprese le nuove azioni emesse a seguito di aumenti di capitale, e che, previo rendiconto, Ettorina T ed il M fossero condannati a versarle quanto di sua spettanza in virtù della suddetta comproprietà. Con successivo atto di citazione notificato il 25.6.1984 Norma T, premesso che Ettorina T aveva trasferito 234 azioni della S.p.a. C al figlio Daniele M ed altri 234 azioni alla figlia Franca M, nonché altre azioni al marito Piero M, conveniva in giudizio sempre davanti al Tribunale di Busto Arsizio Daniele e Franco M nonché i convenuti della precedente causa perché fosse dichiarata l'invalidità e l'inefficacia di tale trasferimento.
Con sentenza non definitiva del 6.11.1990 il Tribunale di Busto Arsizio, riuniti i due procedimenti, dichiarava che tutte le azioni della società C, già di proprietà di Francesco T e da questi girate ad Ettorina T, erano dal 1961 di proprietà di Ettorina e Norma T, ciascuna per la metà, così come i frutti, gli incrementi ed i vantaggi relativi a tali azioni, ordinava a Piero M di depositare il rendiconto della predetta partecipazione azionaria, e dichiarava inefficaci i trasferimenti della partecipazione azionaria di proprietà dell'attrice effettuati da Ettorina T in favore di Piero, Daniele e Franca M. Tale decisione, impugnata da tutte le parti interessate, era sostanzialmente confermata dalla Corte di Appello di Milano con sentenza del 20.1.1995, fatta salva la precisazione che il diritto di credito di Norma T era limitato alla percezione del 50% dei frutti (da intendersi come dividendi ed utili) delle originarie 48 azioni, con esclusione degli ulteriori incrementi e vantaggi ad esse inerenti.
Avverso tale sentenza aveva proposto ricorso per Cassazione Norma T.
Il Tribunale di Busto Arsizio con l'ordinanza pronunciata contestualmente alla sentenza non definitiva del 1990 aveva poi rimesso le parti dinanzi al Giudice istruttore per il prosieguo del giudizio in ordine alla determinazione delle somme spettanti all'attrice e successivamente con sentenza definitiva del 22.12.1997 aveva parzialmente accolto la domanda di Norma T. Proposta impugnazione da parte di quest'ultima cui resistevano Pietro, Daniele e Franca M mentre la società C restava contumace, la Corte di Appello di Milano con sentenza non definitiva del 9.1.2001 accertava la legittimazione passiva di Pietro M sulle domande proposte dalla T anche nella qualità di erede di Ettorina T (nel frattempo deceduta il 1.2.1997 in pendenza del giudizio di primo grado), dichiarava che in ordine alle domande dell'appellante Daniele e Franca M erano legittimati passivi esclusivamente in proprio e non anche quali eredi di Ettorina T, rigettava l'eccezione di inammissibilità dell'appello proposta contro la sentenza impugnata e provvedeva con separata ordinanza a rimettere la causa davanti all'istruttore per gli adempimenti connessi alla presentazione del conto da parte di Pietro M ed alla prosecuzione del giudizio nei confronti di tutti gli appellati rispetto alle domande proposte dalla T. La Corte territoriale premetteva che tra le parti pendevano due controversie, la prima delle quali aveva ad oggetto l'accertamento dei diritti di comunione tra le sorelle T riguardo alle azioni della società C già di proprietà di Francesco T; tale causa era sfociata nella pronuncia della Corte di Cassazione del 23.6.1998 che, nell'accogliere il ricorso della T e nel rinviare la causa stessa ad altra sezione della Corte di Appello di Milano, aveva ritenuto sussistente la presunzione, salva la prova contraria, che Ettorina T, nel sottoscrivere gli aumenti di capitale via via deliberati dall'assemblea, avesse agito - per il 50% delle azioni di proprietà della sorella Norma - quale mandataria della stessa. La seconda controversia, invece, devoluta all'esame del Giudice di Appello, riguardava la determinazione del controvalore pecuniario spettante alla T per effetto dello scioglimento della comunione e della suddivisione dei frutti e dei relativi incrementi;
in particolare, assumeva la Corte territoriale, secondo la sentenza appellata il residuo oggetto doveva intendersi limitato alla quantificazione del 50% dei frutti spettanti alla T in riferimento alle 48 azioni della società C già di proprietà di Francesco T, come deciso dalla precedente sentenza della Corte di Appello di Milano del 20.1.1995.
La Corte territoriale riteneva poi infondata l'eccezione di inammissibilità dell'appello sollevata dagli appellati; questi ultimi in proposito avevano dedotto che, a seguito del decesso di Ettorina T in data 1.2.1997 dopo l'udienza di precisazione delle conclusioni del giudizio di primo grado, l'appellante non aveva validamente instaurato un regolare contraddittorio neppure dopo la rinnovazione della notificazione dell'appello nei confronti degli eredi di Ettorina T disposta dall'istruttore ed eseguita nei confronti di Pietro, Daniele e Franca M, considerato che costoro avevano dichiarato di non essere eredi, ma semplici chiamati alla eredità, cosicché la mancanza di tale qualità rendeva irrilevante la notificazione e l'impugnazione doveva essere dichiarata inammissibile ai sensi dell'art. 331, comma 2, c.p.c.; invero, pur affermando di non poter accedere alla tesi della ultrattività del mandato alle liti conferito in primo grado da Ettorina T al proprio difensore, la Corte territoriale rilevava che l'impugnazione aveva ad oggetto rapporti processuali relativi a più parti connessi da un vincolo di pregiudizialità - dipendenza, e che, poiché l'impugnazione stessa era stata tempestivamente proposta nei confronti di Pietro M, l'omessa notificazione nei termini stabiliti per l'appello anche nei confronti degli eredi di Ettorina T non rendeva l'appello inammissibile, ma determinava la necessità di integrazione del contraddittorio nei confronti degli eredi stessi in base all'art. 331, c.p.c.; occorreva pertanto verificare se fosse intervenuta una inammissibilità dell'appello ai sensi del secondo comma dell'articolo ora citato, cosicché la validità della integrazione del contraddittorio era condizionata alla prova che gli appellati fossero passivamente legittimati a stare in giudizio in luogo della defunta quali suoi eredi per avere espressamente o tacitamente accettato l'eredità.
Al riguardo il Giudice di Appello escludeva la sussistenza della legittimazione passiva di Daniele e Franca M in ordine alle domande proposte nei loro confronti dall'appellante anche quali eredi di Ettorina T oltre che in proprio, attesa l'assenza di una prova inequivoca in ordine ad una loro implicita manifestazione di volontà di accettare l'eredita di Ettorina T, mentre dalle dichiarazioni svolte nella comparsa di costituzione in appello, in cui la qualità di eredi di Ettorina T era contestata soltanto da Daniele e Franca M, era legittimo concludere che Piero M aveva tacitamente ammesso di aver acquistato tale qualità.
Il Giudice di Appello rilevava poi l'obbligo di Piero M di rendere il conto sia in proprio sia quale erede di Ettorina T.
Infine la Corte territoriale escludeva la possibilità di disporre la sospensione del procedimento fino all'esito della definizione dell'altro giudizio sulle questioni rimesse al Giudice di rinvio, poiché l'art. 279, comma 4, seconda parte c.p.c. richiede in proposito l'istanza concorde delle parti e non già della sola parte interessata, requisito quest'ultimo non ricorrente nella fattispecie. Per la cassazione di tale sentenza Norma T ha proposto un ricorso articolato in due motivi cui Pietro, Daniele e Franca M hanno resistito con controricorso proponendo altresì un ricorso incidentale affidato a tre motivi cui la T ha resistito con controricorso; la S.p.a. C in liquidazione non ha svolto attività difensiva neanche in questa sede; la ricorrente principale ha successivamente depositato una memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente deve procedersi alla riunione dei ricorsi in quanto proposti contro la medesima sentenza.
Venendo quindi all'esame del ricorso principale, si rileva che con il primo motivo Norma T, denunciando violazione e falsa applicazione degli articoli 39 - 112 - 174 - 277 - 278 - 295 - 337 - 383 - 384 - e 394 c.p.c. nonché vizio di motivazione, assume che a seguito della decisione della Corte di Cassazione 23.6.1998 n. 6246 che aveva annullato la precedente sentenza della Corte di Appello di Milano n. 177/1995 sull'"an debeatur" con rinvio ad altra sezione della stessa Corte (ovvero la Seconda Sezione) e la riassunzione dinanzi a questa dell'intera causa, quest'ultimo giudice era divenuto esclusivamente competente; conseguentemente doveva ritenersi l'incompetenza a decidere della prima sezione della Corte di Appello di Milano che aveva invece emesso la sentenza impugnata; il rinvio disposto dalla richiamata sentenza della Corte di Cassazione aveva determinato la pendenza di due procedimenti che non potevano essere riuniti; da tale pendenza era derivata la nullità degli atti ulteriori del procedimento n. 544/1998 sul "quantum" e quindi della sentenza impugnata.
Preliminarmente all'esame di tale motivo deve essere respinta l'eccezione di inammissibilità di esso sollevata dai controricorrenti per il fatto che la T ha dedotto chiaramente di non avere più alcun interesse alla impugnazione proposta a suo tempo dinanzi alla Corte di Appello di Milano e di voler altresì rinunciare agli effetti prodotti dalla sentenza impugnata in questa sede; in realtà tale rilievo è smentito dalla affermazione della ricorrente principale in ordine alla necessità di trattazione del procedimento cui si riferisce la sentenza impugnata dinanzi alla stessa sezione della Corte territoriale dove è pendente in sede di rinvio il giudizio sull'"an" che invece, secondo la T, dovrebbe riguardare anche il "quantum". Tanto premesso, la censura deve comunque ritenersi infondata.
La contemporanea pendenza davanti a due giudici diversi del giudizio sull'"an debeatur" e di quello sul "quantum" non integra un'ipotesi di incompetenza del secondo giudice, potendo semmai dare luogo ad una sospensione facoltativa del giudizio sul "quantum" rispetto a quello sull"an", atteso il rapporto di pregiudizialità solamente in senso logico esistente tra i due giudizi (Cass. 8.4.2002 n. 5006, Cass. S.U. Ord. 26.07.2004 n. 14060); tale questione peraltro non è stata neppure prospettata con il motivo in esame.
Deve peraltro aggiungersi che la definizione del giudizio sul "quantum" con sentenza passata in giudicato non comporta comunque là possibilità di un contrasto di giudicati rispetto alla definizione del giudizio sull'"an", considerato che ai sensi dell'art. 336 secondo comma c.p.c. gli effetti determinati dalla riforma o dalla cassazione della sentenza non definitiva, in rapporto di conseguenzialità con quella definitiva, si producono anche nei confronti di quest'ultima, non rilevando che nei confronti di essa si sia verificato il giudicato formale, trattandosi di giudicato soltanto apparente in quanto necessariamente condizionato alla mancata riforma della sentenza non definitiva che ne costituisca l'antecedente logico giudizio (Cass. 23.02.1993 n. 2188; Cass. 4.11.1993 n. 10909); pertanto la riforma o la cassazione della sentenza sull'"an" determina l'automatica caducazione della sentenza sul "quantum" anche se su quest'ultima sì sia formato un giudicato apparente (Cass. 25.5.1996 n. 4844; Cass. 29.4.1997 n. 3724 - Cass. 8.04.2002 n. 5006; Cass. S.U. Ord. 26.7.2004 n. 14060). Con il secondo motivo la ricorrente principale, denunciando violazione e falsa applicazione degli articoli 459 - 476 e 485 c.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver escluso una accettazione tacita dell'eredità di Ettorina T da parte dei suoi figli Daniele e Franca M; in tal modo non è stato considerato che dopo la sentenza n. 774/1990 del Tribunale di Busto Arsizio che aveva dichiarato inefficace il trasferimento in loro favore delle azioni della S.p.a. C da parte di Etterina T, essi avevano continuato a possederle e non avevano redatto l'inventario entro tre mesi dall'apertura della successione;
inoltre Daniele e Franca M avevano venduto le suddette azioni alla Coca Cola incassando e trattenendo il prezzo di lire 1.490.000 per azione, alla morte della madre avvenuta in pendenza del sopra menzionato ricorso per Cassazione avevano poi chiesto il rigetto di tale impugnazione, del pari avevano resistito nel procedimento pendente nel primo grado di giudizio sul "quantum", avevano notificato successivamente la relativa sentenza ed avevano resistito nel giudizio di appello conclusosi con la sentenza impugnata. La censura è infondata.
Il Giudice di Appello ha ritenuto che tutti gli atti processuali posti in essere da Daniele e Franca M, dai quali secondo Norma T si poteva desumere una accettazione tacita dell'eredità di Etterina T, erano stati compiuti in proprio da costoro per la tutela dei propri interessi patrimoniali e con la volontà di distinguere soggettivamente le responsabilità dedotte nella controversia; inoltre la Corte territoriale ha escluso la sussistenza di una prova circa il possesso delle azioni della società C da parte di Daniele e Franca M, aggiungendo comunque che, ancorché provato, tale possesso si sarebbe configurato come un comportamento di significato non univoco, compatibile con la semplice finalità conservativa dei diritti della dante causa, considerato che la questione della titolarità delle azioni suddette costituiva la materia stessa del contendere. Orbene il Giudice di Appello ha svolto l'indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento di Daniele e Franca M qualificabile come accettazione tacita dell'eredità di Etterina T in modo scrupoloso ed esaustivo, fornendo adeguata e puntuale indicazione delle fonti del proprio convincimento con un apprezzamento congruamente e logicamente motivato, come tale insindacabile in questa sede: infatti la ricerca della volontà di accettare l'eredità attraverso l'accertamento e l'interpretazione degli atti compiuti dal chiamato si risolve in una indagine di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità se sorretta da motivazione logica ed adeguata (Cass. 22.3.1999 n. 2663; Cass. 17.11.1999 n. 12573).
Pertanto le censure della ricorrente principale tendono inammissibilmente a prospettare una diversa ricostruzione dei fatti ritenuti rilevanti ai fini della invocata accettazione tacita dell'eredità da parte di Daniele e Franca M rispetto a quella offerta dalla Corte di merito; in tale contesto deve poi rilevarsi che tra gli atti dai quali avrebbe dovuto desumersi l'accettazione tacita dell'eredità il Giudice di Appello non contempla la pretesa vendita delle azioni ereditate da parte di Daniele e Franca M, cosicché tale profilo di censura sollevato in questa sede è inammissibile in quanto solleva una questione che implica un accertamento di fatto - da considerarsi nuova.
Con riferimento poi agli atti di possesso da parte di Daniele e Franca M che secondo la ricorrente principale configurerebbero comportamenti da cui desumere una accettazione tacita dell'eredità da parte di costoro è del tutto corretto l'assunto della Corte territoriale che, dopo aver escludo la prova di un possesso al riguardo, ha aggiunto che comunque la invocata relazione possessoria, pur se sussistente, non sarebbe di per sè sufficiente ad integrare una accettazione tacita dell'eredità, posto che l'immissione nel possesso dei beni ereditari può anche dipendere da un intento conservativo del chiamato o da tolleranza da parte degli altri chiamati (Cass. 17.11.1999 n. 12753).
Procedendo quindi all'esame del ricorso incidentale, si rileva che con il primo motivo, denunciando violazione dell'art. 476 c.c. nonché contraddittoria motivazione, viene censurata la sentenza impugnata per aver ritenuto Pietro M erede di Ettorina T per effetto di una accettazione tacita; ad avviso dei ricorrenti incidentali si tratta di una valutazione erronea in quanto desunta arbitrariamente dal fatto che nella comparsa di costituzione in appello, mentre Daniele e Franca M avevano dichiarato di non aver accettato l'eredità, Pietro M non aveva dedotto nulla al riguardo; invero non sembra ammissibile trarre una simile conclusione da una semplice dichiarazione del difensore della parte. Con il secondo motivo i ricorrenti incidentali, deducendo violazione degli articoli 331 c.p.c. e 476 c.c., censurano la sentenza impugnata per avere ravvisato - in relazione alla eccezione di inammissibilità dell'appello di Norma T avverso la sentenza di primo grado n. 1194/1994 per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti degli eredi di Ettorina T - l'unico erede di quest'ultima nella persona di Pietro M; invece, sostengono i ricorrenti incidentali, Pietro M non aveva accettato l'eredità della moglie, e comunque non era l'unico erede di Ettorina T. Le enunciate censure, da esaminare contestualmente in quanto connesse, sono infondate.
Il Giudice di Appello ha ritenuto la qualità di eredi di Ettorina T in capo a Pietro M sulla base dell'esame della comparsa di costituzione in appello depositata da Pietro, Daniele e Franca M; in proposito ha rilevato che, essendo comune la difesa relativamente a tutti gli appellati, la dichiarazione contenuta in tale comparsa secondo cui Daniele e Franca M non avevano accettato l'eredità della madre Etterina T comportava necessariamente l'ammissione tacita della qualità di erede per Pietro M e quindi la sussistenza della legittimazione per il soggetto rispetto al quale non era stata contestata; la Corte territoriale ha configurato tale circostanza quale esplicazione di una scelta consapevole dettata da una diversa strategia processuale rispetto a quella adottata da Daniele e Franca M; e d'altra parte tale diversificazione delle posizioni degli appellati non poteva essere riconducibile ad una mera svista del difensore, in quanto attinente a deduzioni frutto della impostazione e dello svolgimento delle difese conseguenti alla informazione dei fatti data dalle parti, e dunque poste in essere d'intesa con questi ultimi. È dunque evidente che la ritenuta qualità di erede di Ettorina T è stata affermata quanto a Pietro M all'esito di una valutazione del comportamento processuale di quest'ultimo sorretta da una motivazione congrua e piena di vizi logici, come tale insindacabile in questa sede alla luce del sopra richiamato orientamento di questa Corte in ordine ai limiti entro i quali è censurabile in sede di legittimità l'indagine del Giudice di merito relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita.
Deve poi rilevarsi la inammissibilità del profilo di censura secondo cui comunque Pietro M non sarebbe l'unico erede di Ettorina T, trattandosi di questione che implica un accertamento di fatto non trattata nella sentenza impugnata e quindi nuova. In definitiva, pertanto, all'esito delle argomentazioni ora esposte risulta infondata la censura sollevata nei confronti della sentenza impugnata per non aver rilevato le inammissibilità dell'atto di appello di Norma T per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli eredi di Ettorina T.
Con il terzo motivo i ricorrenti incidentali, deducendo violazione della disposizione che vieta il mutamento delle domande in grado di appello, censurano la sentenza impugnata per aver affermato che Norma T con la richiesta di divisione aveva manifestato la volontà di conseguire il controvalore pecuniario della sua quota di spettanza dei beni comuni; essi rilevano che in tal modo il Giudice di Appello non ha considerato che la domanda proposta originariamente da Norma T riguardava l'assegnazione di azioni della società C. La censura è inammissibile.
In realtà la sentenza impugnata, nell'interpretare le domande proposte da Norma T, si è limitata a rilevare la manifestazione di volontà da parte di quest'ultima di conseguire il controvalore pecuniario della quota di sua spettanza dei beni comuni senza peraltro emettere alcuna pronuncia in proposito, cosicché i ricorrenti incidentali sono privi del necessario interesse a ricorrere in assenza di una statuizione al riguardo. In definitiva quindi entrambi i ricorsi devono essere rigettati;
ricorrono giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese di giudizio.

 

 

Corte di cassazione, sentenza 17 novembre 1999, n. 12753: L'immissione nel possesso dei beni ereditari è atto non univoco, che, di per sè considerato, non equivale necessariamente ad accettazione tacita dell'eredità, poiché non presuppone necessariamente, in chi lo compie, la volontà di accettare e la qualità di erede, potendo anche dipendere da un mero intento conservativo del chiamato o da tolleranza da parte degli altri chiamati (nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, peraltro, nel caso di specie, confermato la pronuncia del giudice di merito che aveva qualificato accettazione tacita il comportamento dell'erede che, immessosi in possesso dei beni ereditari, aveva poi effettuato un pagamento con danaro ereditario ed aveva, ancora, promesso in vendita un appartamento dell'asse)”.

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA

 

SENTENZA

 

Con citazione in appello notificata il 13.12.1993, C Anna Maria impugnava davanti alla corte di appello di Genova la sentenza del tribunale di Massa del 12.5.1992, con cui detto giudice dichiarava L Aurelia, Ravenna Maria Angela, B Anna, B Egisto e B Pietrina eredi di B Lidia e per l'effetto non convalidava lo sfratto intimato a S Angelo, conduttore di un appartamento sito in Carrara, da C Anna Maria.
Lamentava la C che la causa per finita locazione tra lei, nella qualità di erede di B Lidia, e S Angelo, nella quale erano intervenuti la L, la Ravenna ed i B, non poteva essere rimessa al giudice superiore dal pretore di Carrara ex art. 34 c.p.c.; che nel merito gli intervenuti non avevano fornito la prova di essere eredi.
La corte di appello di Genova, con sentenza del 26.1.1995, rigettava l'appello.
Riteneva la corte di appello che il pretore aveva correttamente applicato l'art. 34 c.p.c., nel rimettere la causa di convalida per licenza per finita locazione al tribunale, poiché gli intervenuti, aderendo alle eccezioni del conduttore, avevano contestato la qualità d'erede all'intimante; che la domanda di accertamento della qualità di erede degli intervenuti emergeva già dalla memoria di quest'ultimi dell'8.2.1989, nonché dall'atto successivo di riassunzione; che dalla prova testimoniale raccolta risultava che detti intervenuti avevano accettato tacitamente l'eredità per aver pagato un debito ereditario con denaro prelevato dall'asse e che avevano promesso in vendita l'appartamento in questione. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione la C.
Resistono con controricorso S, B Anna, L e Ravenna, che hanno presentato memoria.
Motivi della decisione
1. Preliminarmente va rigettata l'eccezione di l'inammissibilità - del ricorso avanzata dai resistenti ex art. 369 c.p.c. "non risultando enunciato in ricorso ne' effettuato il deposito della copia autentica" della sentenza impugnata.
Osserva, infatti, questa Corte che la semplice omessa indicazione, nel ricorso per Cassazione, del deposito degli atti e documenti di cui ai n. 2 e 3 art. 369, c. 2^, c.p.c. e della richiesta di trasmissione alla cancelleria del giudice a quo del fascicolo d'ufficio non determina l'improcedibilità del ricorso, conseguendo questa solo ad una deficienza di carattere sostanziale, consistente nell'effettiva mancanza degli atti suindicati nell'inserto processuale) e nell'indispensabilità del loro esame ai fini della decisione (Cass. 3.12.1984,n. 6294).
Nella fattispecie la sentenza impugnata è tra gli atti depositati dalla ricorrente, per quanto detto deposito non risulti specificato nel ricorso.
2.1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed in particolare dell'art. 34 c.p.c, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.. Assume la ricorrente che erra la corte di appello nel ritenere che correttamente il pretore avesse rimesso la causa al tribunale di Massa, ai sensi dell'art. 34 c.p.c..
Infatti, secondo la ricorrente, nella fattispecie non sussistevano i presupposti di cui all'art. 34 c.p.c., poiché, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, gli intervenuti, nel loro intervento adesivo, si erano limitati a far proprie le conclusioni del conduttore S e non avevano proposto una domanda di petizione dell'eredità, proposta solo tardivamente con la memoria dell'8.2.1988 e successivamente con la citazione in riassunzione del 14.11.1988, per cui essa comparente aveva dichiarato di non accettare il contraddittorio.
2.2. Ritiene questa Corte che il motivo è inammissibile. Va osservato preliminarmente che, a norma dell'art. 34 c.p.c., "il giudice se per legge, o per esplicita domanda di una delle parti, è necessario decidere con efficacia di giudicato una questione pregiudiziale che appartiene per materia o valore alla competenza di un giudice superiore, rimette tutta la causa a quest'ultimo, assegnando alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa davanti a lui".
Comunemente si ritiene, stante anche la rubrica della sezione quarta del capo I del titolo I del libro primo del cod. proc. civ. ("Delle modificazionì della competenza per ragioni di connessione"), che detta norma detti la disciplina dell'accertamento incidentale sotto il limitato profilo delle modificazioni della competenza per ragione di connessione per pregiudizialità (in realtà il significato della disposizione va oltre la semplice competenza ed investe il fondamentale principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato).
Trattandosi di norma che disciplina la competenza, l'assunta violazione di questa norma comporta una censura della decisione che si riflette sulla statuizione attinente alla competenza. 2.3. Va, altresi, rilevato che, allorché il pretore, adito in sede di procedimento di convalida di sfratto disponga ovvero neghi con ordinanza, ex art. 665 c.p.c. il rilascio dell'immobile locato, e rimetta le parti al tribunale, ai sensi dell'art. 667 c.p.c., per tutte le questioni di merito, il provvedimento assume, in relazione a tale ultima statuizione, natura di sentenza, con la conseguenza che la competenza del tribunale resta ferma ove la parte non abbia proposto avverso la stessa regolamento di competenza, ovvero - ricorrendone le condizioni - il giudice ad quem non abbia proposto d'ufficio detto regolamento (Cass. 23.3.1991,n. 3154; Cass. 3 maggio 1998,n. 3315).
Ne consegue che l'assunta violazione della norma sulla competenza, ed in particolare la censura della ricorrente secondo cui il pretore non avrebbe potuto rimettere la causa al giudice superiore (declinando, quindi, sostanzialmente la propria competenza), in quanto nella fattispecie mancava una espressa richiesta degli intervenuti di accertamento di questione pregiudiziale con efficacia di giudicato, doveva essere fatta valere con regolamento di competenza. Infatti è vero che sulla base della disciplina positiva il regolamento può essere proposto soltanto per ragioni che attengano in modo diretto ed immediato alla pronuncia di competenza; non è men vero, tuttavia, che ne' il dettato dell'art. 42 Cod. proc. civ., (che prescinde dalla natura intrinseca del vizio che inficia la decisione sulla competenza), ne' la ratio dell'istituto (teso ad assicurare l'eliminazione rapida, omissio medio e con procedimento particolarmente spedito, delle questioni di competenza) prescrivono che tali ragioni debbano essere circoscritte esclusivamente ai criteri legali di determinazione della competenza e non possano ricondursi a precetti d'indole strettamente processuale che influiscono direttamente sulla identificazione della competenza quale, appunto, l'esistenza di un'espressa domanda di una parte per la decisione con efficacia di giudicato di una questione pregiudiziale e la pregiudizialità della stessa.
Del resto, nello stesso senso questa Corte Suprema si è espressa nella sentenze n. 1875 del 18 giugno 1971 e n. 505 del 19 gennaio 1991, nelle quali ha affermato che con il regolamento sono proponibili anche i motivi deducenti quegli errores de iure procedendi, all'eliminazione dei quali consegue 11 identificazione di un titolo di competenza non più suscettibile di contestazione, quale e, il giudicato formale la cui efficacia preclusiva si estende a tutti i gradi del procedimento.
Ne consegue che, non essendo stato impugnato con regolamento di competenza il provvedimento del pretore che rimetteva la causa al Tribunale ai sensi dell'art. 34 c.p.c. (che ha natura sostanziale di sentenza declinatoria di competenza),, sul punto si è formato il giudicato formale, per cui non potevano essere riproposte successivamente davanti ai giudici di merito ed in questa sede di legittimità questioni attinenti all'assunta violazione o errata applicazione della detta norma per inesistenza dei presupposti relativi.
Trattandosi di giudicato interno, questo va rilevato d'ufficio anche da questa Corte, secondo la costante giurisprudenza (Cass. 5.4.1993,n. 4094).
3. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, con cui la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art. 101 c.p.c., nonché l'omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, prospettato dalla parte appellante, nonché la nullità della sentenza e del procedimento per errores in procedendo ai sensi dell'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c..
Ribadisce la ricorrente che le interventrici avevano posto in essere in sede opposizione da parte del conduttore alla convalida di sfratto per finita locazione, solo un intervento ad adiuvandum del conduttore senza proporre alcuna domanda di accertamento della loro qualità di erede e che questa domanda fu proposta solo con l'atto riassuntivo davanti al tribunale, che, a parere delle ricorrenti, è assolutamente inidoneo ad introdurre una diversa domanda del tutto estranea all'originario thema decidendum, con conseguente violazione del principio del contraddittorio.
Assume, poi, la ricorrente che in merito a detta doglianza il giudice di appello ha omesso ogni motivazione.
4.1. Osserva questa Corte che l'assunta violazione della norma processuale è infondata per un duplice ordine di ragioni. Anzitutto il formarsi di un giudicato formale, per effetto del provvedimento del pretore, sulla competenza del Tribunale, ex art. 34 c.p.c., comporta che si sia formato il giudicato implicito sul punto che esistevano i presupposti processuali per il verificarsi di detto spostamento della competenza, e quindi, in particolare che esistesse una domanda di accertamento, con efficacia di giudicato della questione pregiudiziale (quanto meno secondo l'interpretazione del giudice di merito, cui detta valutazione è affidata), tenuto conto che la manifestazione di volontà di una parte di ottenere una decisione su una questione pregiudiziale con efficacia di giudicato non richiede l'uso di formule sacramentali, ma è sufficiente che possa dedursi dal comportamento difensivo della parte stessa( Cass. 20.12.1991, n. 13772) e che il potere di qualificazione dell'intervento - adesivo autonomo o dipendente - spetta unicamente al giudice, in base ad una valutazione oggettiva della situazione sostanziale dedotta dal terzo, e senza che sia vincolante la denominazione dedotta dal terzo (Cass. n. 3080 del 1978). Infatti all'espressione "giudicato implicito" si ricorre per designare quella particolare efficacia della cosa giudicata che copre non soltanto le questioni espressamente fatte valere in via di azione o di eccezione, ma anche quelle in concreto non dedotte, costituenti tuttavia presupposto logico ed indefettibile di tale decisione. È ben vero che la sentenza del giudice di merito che decide unicamente sulla (in)competenza dà luogo ad un giudicato soltanto formale e non preclude al giudice dichiarato competente l'esame e l'eventuale applicazione, per la decisione di merito, di norme di diritto sostanziale, ancorché in contrasto con le premesse della sentenza sulla competenza (Cass. 20 maggio 1991, n. 5649). Altrettanto non può dirsi invece per l'esistenza di quei presupposti processuali su cui si fonda la decisione sulla competenza, poiché l'eventuale errata decisione sul punto attiene ad errores in procedendo che devono essere fatti necessariamente valere in sede di impugnativa della sentenza che ha statuito sulla competenza, come sopra detto (2.3.).
Nella fattispecie, quindi, avendo il pretore ritenuto che sussistesse l'ipotesi di spostamento della competenza di cui all'art. 34 c.p.c., ha implicitamente ritenuto che fosse stata proposta dalla parte intervenuta una domanda di accertamento. Pertanto la mancanza di impugnazione con regolamento di competenza (eventualmente per far valere l'assunta mancanza di detta domanda), comporta il giudicato implicito su tale questione.
S. Inoltre l'infondatezza del motivo di ricorso deriva anche dal principio, più volte affermato da questa Corte e dal quale non si ravvisano motivi per discostarsi, secondo cui una nuova domanda è proponibile anche con l'atto di riassunzione, ove sussistano tutti gli elementi prescritti dall'art. 163 c.p.c., posto che la particolare funzione dell'atto riassuntivo non è di ostacolo a che esso cumuli in sè anche quella introduttiva di un nuovo giudizio (Cass. 16.4.1991,n. 4045).
Nella fattispecie la ricorrente non lamenta la mancanza di detti requisiti di cui all'art. 163 c.p.c., ma fa discendere dal solo fatto che detta domanda di accertamento della qualità di erede sarebbe stata proposta (a suo dire) solo con l'atto di riassunzione, la irritualità della stessa e quindi la violazione del principio del contraddittorio.
6. Quanto all'ultima censura (omessa motivazione da parte del giudice di appello in merito alla predetta doglianza di violazione di legge), la conformità a diritto del dispositivo della sentenza impugnata comporta che la stessa vada disattesa.
Infatti osserva questa Corte che, qualora con un motivo di ricorso per Cassazione, si prospetti un difetto di motivazione, che non riguardi un punto di fatto, bensì un'astratta questione di diritto, il giudice di legittimità, investito a norma dell'art. 384 c.p.c. del potere di integrare e correggere la motivazione della sentenza impugnata, è chiamato a valutare se la soluzione adottata dal giudice di merito sia oggettivamente conforme alla legge, piuttosto che a sindacarne la motivazione, con la conseguenza che anche l'eventuale mancanza di questa, deve ritenersi irrilevante, quando il giudice del merito sia comunque pervenuto ad un'esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame (Cass. 3.4.1990,n. 2756). 7. Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta "l'omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d'ufficio (art. 360 n. 5 c.p.c)".
Assume la ricorrente che erroneamente la corte di merito ha ritenuto che l'istruttoria testimoniale consentiva di accertare la qualità di eredi degli intervenuti.
Ritiene la ricorrente che la prova dell'accettazione espressa o tacita dell'eredità grava su chi l'invoca, mentre gli intervenuti non hanno fornito detta prova e che, in ogni caso, gli atti da loro compiuti sono atti meramente conservativi del patrimonio ereditario e come tali non idonei a fondare un'accettazione tacita; ritiene la ricorrente che gli intervenuti non hanno fornito la prova della "loro qualità di eredi di quarto grado in linea collaterale della de cuius".
8.1. Il motivo è infondato e va rigettato.
Va preliminarmente osservato che l'accettazione tacita dell'eredità (art. 476 c.c.) può desumersi soltanto dall'esplicazione di un'attività personale del chiamato, con la quale venga posto in essere un atto di gestione incompatibile con la volontà di rinunziare e non altrimenti giustificabile se non nella qualità di erede, trattandosi di un comportamento tale da presupporre necessariamente la volontà di accettare l'eredità, secondo una valutazione obiettiva condotta alla stregua del comune modo di agire di una persona normale. Non costituiscono atti di accettazione tacita dell'eredità, gli atti meramente conservativi, che possono essere posti in essere anche dal chiamato all'eredità, prima dell'accettazione, a norma dell'art. 460 c.c..
L'indagine relativa all'accettazione tacita deve essere effettuata dal giudice di merito, caso per caso, in considerazione della peculiarità di ogni singola fattispecie, tenendo conto di molteplici fattori, tra i quali quelli della natura e dell'importanza, nonché della finalità degli atti di gestione, che siano stati compiuti dal chiamato. La suddetta indagine si risolve in una questione di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità, purché il procedimento seguito sia immune da vizi logici o da errori di diritto (Cass. 21.5.1974,n. 1498).
8.2. Nella fattispecie la sentenza impugnata ha rilevato che "appare pacifico e sostanzialmente non contestato" che alla successione legittima di B Lidia concorrevano due parenti di quarto grado:
Belloni Angelo e Belloni Anna, preferiti all'attrice C, parente in quinto grado e che i primi hanno accettato tacitamente l'eredità, poiché dalla prova testimoniale emergeva che gli stessi, già in possesso dei beni ereditari avevano pagato un debito ereditario con denaro proveniente dall'asse e che avevano promesso in vendita l'appartamento in questione al conduttore S. La suddetta motivazione è immune da vizi nei ristretti limiti rilevabili in sede di sindacato di legittimità.
Infatti il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, denunciabile con ricorso per cassazione ex art. 360 n. 5 c.p.c.. si configura solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d'ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione (Cass. 2 giugno 1995, n. 6189).
Quanto alla qualità di chiamati all'eredità degli intervenuti, in quarto grado, e della ricorrente in quinto grado, la corte di merito ritiene detto punto pacifico tra le parti.
A fronte di questa valutazione del giudice di merito, la ricorrente non ha indicato in quale atto difensivo invece tale punto veniva contestato, come era suo onere, dato che, per il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, il controllo deve essere consentito alla corte di cassazione sulla base delle deduzioni contenute nell'atto, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative (Cass. civ., sez. II, 1 febbraio 1995, n. 1161). 8.3. Quanto all'accettazione implicita dell'eredità, la corte di merito, con congrua motivazione l'ha desunta, non tanto dal possesso dei beni ereditari, che è atto non univoco, e che, come tale, non equivale ad accettazione tacita, poiché non presuppone necessariamente in chi lo compie la volontà di accettare e la qualità di erede, potendo anche dipendere da un mero intento conservativo o da tolleranza degli altri chiamati (Cass. 12.1.1996, n.178), ma dall'aver effettuato un pagamento con denaro ereditario e dall'aver promesso in vendita un appartamento dell'asse ereditario. Tali atti hanno contenuto dispositivo e quindi manifestano la volontà di accettare l'eredità.
In particolare il pagamento di uno o più debiti del de cuius, mentre se è fatto con denaro proprio del chiamato non è un contegno incompatibile con la veste di semplice chiamato, poiché la norma che legittima qualsiasi terzo all'adempimento del debito altrui (art. 1180 c.c.) esclude trattarsi di un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede, se è fatto con denaro prelevato dall'asse costituisce accettazione tacita dell'eredità, poiché, in tal modo il chiamato dispone di detto denaro (Cass. 9.11.1974,n.3492).
Le censure mosse in merito dalla ricorrente si risolvono in una diversa lettura delle risultanze processuali, rispetto a quella effettuata dal giudice di merito, e, come tali, non possono trovare ingresso in questa sede

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