FG Law

FORMAZIONE IN VIDEOCONFERENZA
Il docente a casa tua!

TRACCIA PARERE CASO CIVILE N. 2 - ESAME AVVOCATO 2015 (CONTRATTO ASSICURAZIONE)

 

CORSO FGLAW

ESAME AVVOCATO 2015

PARERE CIVILE N. 2 (CONTRATTO DI ASSICURAZIONE)

15 DICEMBRE 2015

 

Pubblicato il 15 dicembre 2015

 

Traccia caso civile n. 2 – Esame Avvocato 2015

" Tizio di professione commercialista viene contattato da un agente assicurativo della compagnia Alfa che gli propone di stipulare una polizza assicurativa per la responsabilità professionale contenente fra l’altro la clausola di copertura di tutte le richieste di risarcimento dei danni presentate per la prima volta all’assicurato nel periodo di assicurazione anche per fatti anteriori alla stipula. In epoca successiva alla stipula del contratto, Tizio riceve da Caio una domanda giudiziale di risarcimento dei danni derivanti da un presunto illecito professionale risalente ad epoca anteriore alla stipula stessa. Tizio si costituisce in giudizio e, dopo aver contestato la fondatezza dell’avversa pretesa, chiede ed ottiene l’autorizzazione alla chiamata in causa della compagnia Alfa. Il giudice di primo grado, ritenuta la sussistenza dell’illecito professionale, condanna Tizio al risarcimento del relativo danno e respinge la domanda di garanzia spiegata nei confronti di Alfa, affermando la nullità della clausola sopra richiamata in quanto contrastante con il principio generale secondo cui l’alea coperta dalla garanzia deve riguardare un evento futuro e incerto. Tizio si reca dunque da un legale e, dopo aver esposto i fatti come sopra detti, precisa che al momento della stipula del contratto di assicurazione non era a conoscenza nè del presunto illecito contestatogli e dei relativi effetti dannosi, nè dell’intenzione del danneggiato di richiederne il risarcimento. Il candidato, assunte le vesti di Tizio, rediga parere motivato nel quale, premessi brevi cenni sulle caratteristiche dei contratti aleatori, illustri le questioni sottese al caso in esame".

 

SVOLGIMENTO SCHEMATICO DEL PARERE

 

Avv. Flavia DEL GROSSO

(Funzionario della Corte dei conti, vincitrice del concorso in magistratura, ex corsista FGLAW)

 

Il caso è stato sviluppato senza l’utilizzo delle tecniche formali, redazionali e di citazione della Scuola FGLAW che sono riservate e trasmesse solo ai nostri corsisti.

 

La questione che si richiede di esaminare ha ad oggetto la disciplina del contratto di assicurazione per responsabilità professionale ed, in particolare la problematica della validità delle cd clausole “claim made” (“a richiesta fatta”), per alcuni incompatibili con la tipica natura aleatoria del contratto di assicurazione.

Con tali clausole si prevede la copertura di richieste di risarcimento, avanzate per la prima volta nel periodo di assicurazione, ma per fatti verificatesi anteriormente alla stipulazione del contratto stesso.

Nel caso specifico della responsabilità professionale, ad esempio, grazie a tali convenzioni il professionista può essere tenuto indenne dall’assicuratore per i danni, subiti da clienti, che trovano la causa in un contegno del professionista anteriore alla stipula del contratto di assicurazione, ma per i quali la relativa domanda giudiziale viene esperita nel periodo di efficacia del contratto stesso.

Viceversa, sono sforniti di garanzia i comportamenti tenuti dall’assicurato in vigenza del contratto, ma per i quali la domanda di risarcimento dei danni viene azionata dopo la cessazione degli effetti del contratto medesimo.

Orbene, come anticipato, si discute, in primo luogo, della validità di tali clausole nell’ambito di un contratto che è pacificamente ritenuto aleatorio ed, inoltre, si dubita della compatibilità delle stesse con l’obbligo dell’assicurato di rendere dichiarazioni complete e veritiere sul rischio oggetto di assicurazione.

Sul primo profilo, va detto che tradizionalmente, con riguardo alla causa, i contratti si distinguono in commutativi ed aleatori (il Codice del 1942 fa talvolta riferimento a questi ultimi per sottrarli all’ambito di applicazione di alcune norme previste in tema di disciplina generale del contratto – cfr., per esempio, gli articoli 1448, 1467, 1469, 1472 c.c.). Mentre nei contratti commutativi, al momento della conclusione, le parti sono in grado di prevedere quali saranno i vantaggi ed i sacrifici derivanti dagli effetti del negozio, nei contratti aleatori tale previsione non è possibile. L’alea è appunto il rischio, quell’elemento futuro ed incerto, che può consistere nella variazione di costi e valori delle prestazioni che va oltre ciò che può normalmente prevedersi.

Il contratto di assicurazione, in tutte le sue forme, compresa quella della responsabilità civile ex art. 1917 c.c., si ritiene tipicamente aleatorio. L’aleatorietà sta nell’incertezza del verificarsi dell’evento contro il quale ci si assicura, come nel caso dei danni (a se stessi o causati a terzi) oppure nel dubbio circa il momento in cui un evento si verificherà, come nel caso dell’assicurazione sulla vita.

Orbene l’art. 1917 c.c. prevede che il fatto per il quale si vuole essere garantiti si verifichi “durante il tempo dell’assicurazione”, tuttavia, specialmente i professionisti possono avere interesse a che la garanzia operi “retroattivamente”. Può accadere, e frequentemente accade, infatti, che si verifichi uno sfasamento temporale, tra il contegno del professionista, il verificarsi del danno (si pensi al danno lungolatente tipico della materia della responsabilità medica) e la richiesta di risarcimento da parte del cliente-danneggiato.

Si è a lungo discusso, dunque, circa la derogabilità della norma ex art. 1917 c.c.

In un primo momento la giurisprudenza, anche di legittimità, si è pronunciata nel senso della nullità di tali clausole, proprio poiché si riteneva inderogabile la norma di cui all’art. 1917 c.c., ma successivamente la stessa Suprema Corte ha ritenuto la norma meramente dispositiva e le clausole in parola compatibili con la natura aleatoria tipica del contratto di assicurazione (in più la clausola “claims made” sarebbe, pur se atipica, lecita e meritevole di tutela, ferma restando la valutazione della vessatorietà nel caso concreto da parte del giudicante – Cass. 15 marzo 2005, n. 5624). Si è detto che l’aleatorietà starebbe, non tanto nel fatto dannoso che si verifica prima della stipulazione, ma nella richiesta risarcitoria che è solo eventuale o ancor prima nell’ignoranza da parte dell’assicurato circa il carattere colposo o dannoso del fatto.

In questo senso la Cassazione si è espressa di recente, affermando che << l'alea non concerne i comportamenti passati nella loro materialità, ma la consapevolezza da parte dell'assicurato del loro carattere colposo e della loro idoneità ad arrecare danno a terzi. In secondo luogo, non è detto che qualunque comportamento colposo induca il danneggiato a proporre domanda di risarcimento dei danni. Sotto entrambi i profili l'assicurazione copre eventi incerti e peculiari tipi di rischi>> (Cass., sez. III, 17 febbraio 2014, n. 3622). Più di recente la Suprema Corte, in linea con la giurisprudenza oramai consolidata, ha puntualizzato che << la clausola cosiddetta "a richiesta fatta" (claims made) inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile (in virtù della quale l'assicuratore si obbliga a tenere indenne l'assicurato dalle conseguenze dannose dei fatti illeciti da lui commessi anche prima della stipula, se per essi gli sia pervenuta una richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato durante il tempo per il quale è stata stipulata l'assicurazione) è valida ed efficace, mentre spetta al giudice stabilire, caso per caso, con valutazione di merito, se quella clausola abbia natura vessatoria ai sensi dell'art. 1341 cod. civ.>>, aggiungendo che tale clausola <<non può essere, comunque, considerata vessatoria in astratto, posto che essa non pone limitazioni di responsabilità in favore dell'assicuratore, ma definisce l'oggetto della copertura assicurativa, stabilendo quali siano i sinistri indennizzabili >> (Cass., 13 febbraio 2015, n. 2872).

Circa il profilo la responsabilità ex artt. 1892 e 1983 c.c., per informazioni inesatte o reticenti, la giurisprudenza ha pure escluso l’incompatibilità delle clausole claim made quando l’assicurato ignora tali fatti, appunto, nel senso che non è in grado di prevederne la dannosità, il carattere colposo, oppure non conosce l’intenzione del cliente di esperire domanda di risarcimento del danno (Cass., sez. III, 17 febbraio 2014, n. 3622, cit.; Cass., sez. III, 22 marzo 2013, n. 7273). 

Basti pensare proprio alla materia fiscale, spesso oscura per gli stessi operatori e soggetta ad imprevedibili mutamenti di disciplina e di interpretazione da parte dell’amministrazione finanziaria, per comprendere perché la giurisprudenza si stia sempre più orientando verso la meritevolezza di tale tipo di convenzioni.

Per tutto quanto detto, posta la validità della clausola e posto lo stato di ignoranza di Tizio circa il presunto illecito, gli effetti dannosi e l’intenzione del danneggiato di agire per il risarcimento, si può concludere nel senso che egli debba essere garantito in virtù del contratto di assicurazione stipulato.

Ne consegue l’opportunità di proporre appello avverso la sentenza di primo grado, ove ne ricorrano i termini, per errata interpretazione degli artt. 1418, 1322 e 1917 c.c., come ricostruiti dalla prevalente giurisprudenza di legittimità citata, con richiesta di risarcimento dei danni subiti da Tizio e la condanna alle spese.

 

 

Corte di cassazione, sentenza 13 febbraio 2015, n. 2872

la clausola cosiddetta "a richiesta fatta" (claims made) inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile (in virtù della quale l'assicuratore si obbliga a tenere indenne l'assicurato dalle conseguenze dannose dei fatti illeciti da lui commessi anche prima della stipula, se per essi gli sia pervenuta una richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato durante il tempo per il quale è stata stipulata l'assicurazione) è valida ed efficace, mentre spetta al giudice stabilire, caso per caso, con valutazione di merito, se quella clausola abbia natura vessatoria ai sensi dell'art. 1341 cod. civ.”.

la clausola claims made non può essere, comunque, considerata vessatoria in astratto, posto che essa non pone limitazioni di responsabilità in favore dell'assicuratore, ma definisce l'oggetto della copertura assicurativa, stabilendo quali siano i sinistri indennizzabili

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La P citò in giudizio la PRSP per essere risarcita dei danni alla persona subiti a seguito di intervento chirurgico. La convenuta chiamò in garanzia la Duomo Ass.ni e la Cattolica Ass.ni. La Duomo, a sua volta, chiamò in giudizio la CAB Ass.ni. Il Tribunale di Roma accolse le domande, condannando anche le compagnie a tenere indenne la Provincia Religiosa, ciascuna per la sua quota contrattuale. Ha proposto appello la Cattolica Ass.ni, sostenendo la non operatività della garanzia assicurativa prestata in favore della Provincia religiosa. La Corte d'appello di Roma ha accolto il gravame, considerando lecita e non vessatoria la clausola claims made stipulata nella fattispecie, attraverso la quale era stabilito che l'assicurazione era valida per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta durante il periodo di efficacia dell'assicurazione, purché il fatto che avesse dato origine alla richiesta di risarcimento fosse stato "commesso nel medesimo periodo o anche in epoca antecedente tale periodo ma comunque non prima di tre anni dalla data di perfezionamento del presente contratto".
Propone ricorso per cassazione la Provincia Religiosa in cinque motivi. Risponde con controricorso la Società Cattolica di Ass.ne.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il primo motivo - che censura la sentenza ai sensi dell'art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5 per avere omesso di pronunziarsi in ordine alla rilevata nullità della clausola in questione per contrarietà all'art. 2965 c.c., che prevede la nullità dei patti con i quali si stabiliscono termini di decadenza che rendono eccessivamente difficile ad una delle parti l'esercizio del diritto - è infondato, siccome la complessiva argomentazione della sentenza (della quale si dirà più dettagliatamente in seguito), tesa ad attribuire legittimità alla clausola contrattuale, contiene l'implicito rigetto dell'eccezione formulata dalla parte.
I motivi 2 e 3 censurano la sentenza per violazione di legge e vizio della motivazione, predicando la natura vessatoria della clausola stessa.
Il 4 motivo sostiene che la clausola sia contraria a buona fede. Il 5 motivo censura il punto (penultimo paragrafo pag. 5) in cui la sentenza afferma che "la clausola di cui si discute risulta nel testo delle condizioni particolari allegate alla polizza e sottoscritte dalla appellata contraente che paiono avere il contenuto e la forma di pattuizioni specifiche del rapporto tra quelle parti e non un mero formulario o una clausola inserita nelle condizioni generali di contratto unilateralmente predisposta dalla assicurazione". I motivi dal secondo al quinto, che possono essere congiuntamente esaminati, sono in parte inammissibili ed in parte infondati. Come s'è visto, la sentenza afferma che la specifica pattuizione della quale si discute non ha la natura di un formulario unilateralmente predisposto, bensì quella di una vera e propria pattuizione intervenuta tra le parti. Si tratta di un accertamento di fatto che, siccome adeguatamente e logicamente motivato, sfugge dalla censura di legittimità. Nè la ricorrente fornisce elementi specifici ed autosufficienti tali da porre in crisi l'accertamento stesso.
Allora, in proposito deve essere ribadito il principio secondo cui la clausola cosiddetta "a richiesta fatta" (claims made) inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile (in virtù della quale l'assicuratore si obbliga a tenere indenne l'assicurato dalle conseguenze dannose dei fatti illeciti da lui commessi anche prima della stipula, se per essi gli sia pervenuta una richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato durante il tempo per il quale è stata stipulata l'assicurazione) è valida ed efficace, mentre spetta al giudice stabilire, caso per caso, con valutazione di merito, se quella clausola abbia natura vessatoria ai sensi dell'art. 1341 cod. civ. (Cass. 7273/13).
Tale accertamento, dunque, è capace di risolvere in radice tutte le perplessità avanzate dalla ricorrente. Tuttavia, il giudice è entrato nel merito della questione ed ha correttamente precisato (adeguandosi, appunto, al summenzionato principio) che la clausola claims made non può essere, comunque, considerata vessatoria in astratto, posto che essa non pone limitazioni di responsabilità in favore dell'assicuratore, ma definisce l'oggetto della copertura assicurativa, stabilendo quali siano i sinistri indennizzabili. Così ragionando, il giudice s'è adeguato all'ormai consolidata giurisprudenza in materia che, come s'è visto attribuisce legittimità al cd. patto "a richiesta fatta". Sulla legittimità della clausola in questione, cfr. tra le più recenti: Cass. 3622/14;5624/05.
In particolare, quest'ultimo arresto chiarisce che la clausola della quale si discute non rientra nella fattispecie tipica prevista dall'art. 1917 cod. civ., ma costituisce un contratto atipico, generalmente lecito ex art. 1322 cod. civ., giacché, del suindicato art. 1917, l'art. 1932 cod. civ. prevede l'inderogabilità - se non in senso più favorevole all'assicurato - del terzo e del quarto comma, ma non anche del primo, in base al quale l'assicuratore assume l'obbligo di tenere indenne l'assicurato di quanto questi deve pagare ad un terzo in conseguenza di tutti i fatti (o sinistri) accaduti durante il tempo dell'assicurazione di cui il medesimo deve rispondere civilmente, per i quali la connessa richiesta di risarcimento del danno da parte del danneggiato sia fatta in un momento anche successivo al tempo di efficacia del contratto, e non solo nel periodo di "efficacia cronologica" del medesimo, come si desume da un'interpretazione sistematica che tenga conto anche del tenore degli artt. 1917, 1913 e 1914 cod. civ., i quali individuano l'insorgenza della responsabilità civile nel fatto accaduto. Tali principi risolvono anche il dubbio avanzato dalla ricorrente circa l'illegittimità del patto per contrarietà a buona fede. In conclusione, il ricorso deve essere respinto. Il diverso esito dei giudizi di merito consigliano l'intera compensazione delle spese tra le parti.

 

 

 

Corte di cassazione, sentenza 17 febbraio 2014, n. 3622

Nei contratti di assicurazione della responsabilità civile l'estensione della copertura alle responsabilità dell'assicurato scaturenti da fatti commessi prima della stipula del contratto (cosiddetta clausola "claims made") non fa venire meno l'alea e, con essa, la validità del contratto, se al momento della stipula le parti (e, in specie, l'assicurato) ignoravano l'esistenza di questi fatti, potendosi, in caso contrario, opporre la responsabilità del contraente ex artt. 1892 e 1893 cod. civ. per le dichiarazioni inesatte o reticenti”.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA

SENTENZA
 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
 

Con atto di citazione notificato il 9 novembre 1999 la s.r.l. Immobiliare SA ha convenuto davanti al Tribunale di Roma I Michele e Maurizio, in proprio e nella qualità di soci dello studio associato I, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni per l'importo di L. 182.907.000, imputando agli stessi - dottori commercialisti - errori e inadempimenti nella compilazione delle dichiarazioni IVA relative agli anni 1990 - 1991, in conseguenza dei quali la società ha perso un credito IVA di importo pari alla somma di cui sopra.
I convenuti hanno resistito alla domanda ed hanno chiesto ed ottenuto di chiamare in causa la s.a. Z Assicurazioni, per esserne garantiti.
Quest'ultima si è costituita ed ha resistito alla domanda. Esaurita l'istruttoria, il Tribunale ha condannato I Maurizio a pagare la somma di L. 182.907.000, oltre interessi e spese di lite, in favore dell'Immobiliare SA; ha respinto la domanda attrice nei confronti di I Michele e la domanda di garanzia proposta dai convenuti nei confronti della compagnia assicuratrice.
Proposto appello da I Maurizio, a cui hanno resistito la Immobiliare SA e la Z, con sentenza 21 giugno - 31 luglio 2007 n. 3417 la Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado. I Maurizio propone due motivi di ricorso per cassazione.
Resiste con controricorso la s.a. ZIC, nuova denominazione della Z Assicurazioni.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1.- La Corte di appello ha motivato la sua decisione in base al rilievo che l'illecito addebitato all'assicurato risale agli anni 1990 e 1991, cioè a data anteriore a quella del 30 dicembre 1994, da cui decorre l'efficacia della polizza di assicurazione. Ha ritenuto irrilevante la clausola n. 4 del contratto medesimo, secondo cui "La garanzia vale per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta all'assicurato nel periodo di assicurazione" e la circostanza che la domanda risarcitoria sia stata inoltrata il 19.4 1999, nel corso del periodo assicurativo 15.10.1996 - 15.10.1999, con la motivazione che l'alea coperta dalla garanzia deve riguardare un evento futuro ed incerto; non un evento già verificatosi prima della conclusione del contratto, e che nella specie non risulta essere stata pattuita alcuna deroga al principio di cui all'art. 1917 c.c.. 2.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 1362 e 1322 c.c., e con il secondo motivo contraddittorietà ed insufficienza della motivazione, sul rilievo che la Corte di appello ha illegittimamente disatteso l'efficacia della clausola n. 4 ù c.d. clausola claim made, largamente praticata nei contratti di assicurazione della responsabilità professionale - la quale garantisce all'assicurato la copertura assicurativa in tutti i casi in cui la domanda di risarcimento dei danni sia proposta contro l'assicurato nel periodo di validità-efficacia della polizza, pur se il comportamento illecito da cui deriva la responsabilità si sia verificato prima della stipulazione del contratto. Assume che la Corte di appello ha interpretato la clausola contro il suo testo letterale; ha disatteso il principio per cui le parti, nell'esercizio della loro autonomia contrattuale, possono derogare alle caratteristiche del tipo negoziale e richiama la giurisprudenza di questa Corte, che ha ritenuto valide le clausole claim made, enunciando il principio per cui i contratti di assicurazione che le contengono non rientrano nella fattispecie tipica di cui all'art. 1917 cod. civ., ma configurano contratti atipici, meritevoli di tutela ai sensi dell'art. 1322 c.c. (Cass. civ. Sez. 3, 25 marzo 2005 n. 5624).
Soggiunge che la compagnia assicuratrice è tanto consapevole di quanto sopra che neppure ha eccepito, nel giudizio di primo grado, l'inoperatività della garanzia, affidando la sua difesa a diverse eccezioni ed argomentazioni.
3.- I due motivi, che vanno congiuntamente esaminati perché connessi, sono fondati.
La clausola claim made prevede il possibile sfasamento fra prestazione dell'assicuratore (obbligo di indennizzo in relazione all'alea del verificarsi di determinati eventi) e controprestazione dell'assicurato (pagamento del premio), nel senso che possono risultare coperti da assicurazione comportamenti dell'assicurato anteriori alla data della conclusione del contratto, qualora la domanda di risarcimento del danno sia per la prima volta proposta dopo tale data, come nel caso in esame; e possono risultare viceversa sforniti di garanzia comportamenti tenuti dall'assicurato nel corso della piena validità ed efficacia della polizza, qualora la domanda di risarcimento dei danni sia proposta successivamente alla cessazione degli effetti del contratto.
Va premesso che il problema dell'efficacia della clausola claim made viene qui esaminato e deciso con esclusivo riferimento al caso oggetto di esame, cioè al caso in cui la copertura assicurativa sia estesa ai comportamenti anteriori alla stipulazione del contratto. La Corte di appello ha ritenuto inefficace la clausola sulla base del presupposto (non chiaramente espresso, ma intuibile dalla motivazione) che l'alea è elemento essenziale del contratto di assicurazione, la cui mancanza determina la nullità del contratto medesimo (cfr. artt. 1895 e 1904 c.c., nonché le varie disposizioni che prevedono la modifica degli effetti del contratto nei casi di variazione dei rischi: artt. 1892, 1893, 1896, 1897 e 1898 c.c. ed altri, fra cui lo stesso art. 1917 c.c., là dove esclude la responsabilità dell'assicuratore per fatti dolosi dell'assicurato, in quanto il dolo altera in base a fattori del tutto irrazionali le possibilità di previsione e preventiva valutazione del rischio assicurato).
La sentenza impugnata ha però ingiustificatamente equiparato il caso in esame a quello di inesistenza del rischio, mentre in realtà nel caso in esame un'alea esiste, pur se di natura e consistenza diverse da quella avente ad oggetto i comportamenti colposi del professionista.
Ha poi ha trascurato di considerare che l'estensione della copertura ai comportamenti anteriori alla stipulazione della polizza è frutto di una precisa scelta dell'assicuratore, che di sua iniziativa inserisce la clausola fra le condizioni generali di contratto (presumibilmente a fini promozionali), sulla base di una consapevole valutazione dei rischi, che peraltro vengono sapientemente circoscritti tramite altre disposizioni.
Quanto all'alea, essa concerne non la possibilità che l'assicurato tenga comportamenti colposi, ma che li abbia commessi in passato, pur non essendo ancora a conoscenza della loro illiceità o idoneità a produrre danno. È incongrua quindi la motivazione della Corte di appello, là dove ha ritenuto di dover escludere la sussistenza dell'alea con riferimento ad eventi già verificatisi. L'alea non concerne i comportamenti passati nella loro materialità, ma la consapevolezza da parte dell'assicurato del loro carattere colposo e della loro idoneità ad arrecare danno a terzi. In secondo luogo, non è detto che qualunque comportamento colposo induca il danneggiato a proporre domanda di risarcimento dei danni. Sotto entrambi i profili l'assicurazione copre eventi incerti e peculiari tipi di rischi, contrariamente a quanto affermato dalla Corte di appello.
In secondo luogo, i contratti contenenti la clausola claim made normalmente delimitano la garanzia a non più di due o tre anni prima della sottoscrizione della polizza, nonché ai casi in cui l'assicurato non sia a conoscenza dell'illecito pregresso, dei relativi effetti dannosi e dell'intenzione del danneggiato di agire in risarcimento, serbando intatta, in mancanza, la possibilità di opporre all'assicurato la responsabilità e gli effetti delle dichiarazioni inesatte o reticenti, ai sensi degli artt. 1892 e 1893 c.c., (cfr., proprio con riferimento ad una clausola claim made, Cass. civ. Sez. 3, 22 marzo 2013 n. 7273). Sotto alcun aspetto pertanto appare giustificato, nel caso in esame, il diniego di efficacia alla clausola claim made, poiché la domanda risarcitoria è stata proposta contro l'assicurato in corso di validità della polizza; non risulta che questi fosse consapevole degli illeciti commessi, ne' dell'intenzione del cliente di agire in responsabilità nei suoi confronti, alla data della sottoscrizione della polizza. Va soggiunto che le clausole claim made sono predisposte dallo stesso assicuratore, nelle condizioni generali di contratto; che pertanto è da ritenere che, nella parte in cui prevedono effetti vantaggiosi per l'assicurato, siano frutto di scelte meditate e consapevoli, nonché di un'attenta valutazione dei rischi e della remuneratività del corrispettivo convenuto come premio, pur in relazione ai sinistri verificatisi in data anteriore. Trattasi poi di clausole che, nei casi simili a quello in esame, sono favorevoli per l'assicurato, sicché non viene in considerazione il divieto di deroghe alla disciplina ordinaria di cui all'art. 1932 c.c..
Non è rilevante ne' significativa, invece, la giurisprudenza citata dal ricorrente a supporto delle sue argomentazioni, perché relativa a fattispecie del tutto diverse da quella in oggetto, in cui la clausola claim made è stata invocata per escludere la copertura assicurativa, pur essendosi il sinistro realizzato nel pieno vigore del contratto di assicurazione, in quanto la domanda risarcitoria è stata per la prima volta proposta dopo lo scioglimento del contratto medesimo (cfr. Cass. civ. Sez. 3, 15 marzo 2005 n. 5624). In questo secondo caso la clausola potrebbe effettivamente porre problemi di validità, venendo a mancare, in danno dell'assicurato, il rapporto di corrispettività fra il pagamento del premio e il diritto all'indennizzo, per il solo fatto che la domanda risarcitoria viene proposta dopo lo scioglimento del contratto (come frequentemente avviene - ben più che nel caso opposto e qui considerato - in tema di responsabilità professionale). Ma trattasi di questione che qui non si pone, sulla quale quindi non vi è luogo a pronuncia.
4.- In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, affinché decida la controversia uniformandosi ai principi sopra indicati, con congrua e logica motivazione. 5.- La Corte di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

 

Corte di cassazione, sentenza 22 marzo 2013 , n. 7273

La clausola cosiddetta "a richiesta fatta" ("claims made") inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile (in virtù della quale l'assicuratore si obbliga a tenere indenne l'assicurato dalle conseguenze dannose dei fatti illeciti da lui commessi anche prima della stipula, se per essi gli sia pervenuta una richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato durante il tempo per il quale è stata stipulata l'assicurazione) è valida ed efficace, mentre spetta al giudice stabilire, caso per caso, con valutazione di merito, se quella clausola abbia natura vessatoria ai sensi dell'art. 1341 cod. civ.”.

La clausola cosiddetta "a richiesta fatta" ("claims made") inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile (in virtù della quale l'assicuratore si obbliga a tenere indenne l'assicurato dalle conseguenze dannose dei fatti illeciti da lui commessi anche prima della stipula, se per essi gli sia pervenuta una richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato durante il tempo per il quale è stata stipulata l'assicurazione) è compatibile con le clausole le quali pongano a carico dell'assicurato l'obbligo di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative alla rappresentazione del rischio al momento della sottoscrizione della polizza”.

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA

SENTENZA
 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
MCS convenne, davanti al tribunale di Crotone, l'avv. FR chiedendone la condanna al risarcimento dei danni per responsabilità professionale, con riferimento ad una procedura esecutiva immobiliare dichiarata estinta a causa dell'intervenuta prescrizione del diritto di credito vantato dall'attrice nei confronti degli eredi di Francesco F. Il convenuto, costituitosi, contestò il fondamento della domanda ed estese il contraddittorio nei confronti della IA spa al fine di essere garantito in forza di polizza per la responsabilità civile professionale.
Quest'ultima, costituitasi, eccepì l'inoperatività della garanzia assicurativa.
Il tribunale, con sentenza del 18.5.2005, condannò il convenuto al risarcimento dei danni, e la IA spa a tenere indenne lo stesso per gli importi cui era stato condannato. Proposero appelli, principale MCS ed incidentale la Compagnia di assicurazioni.
Si costituì, ma tardivamente, anche il R che contestò la propria responsabilità.
La Corte d'Appello, con sentenza del 24.1.2011, in parziale riforma della sentenza impugnata, condannò l'appellato alla corresponsione di maggiori somme in favore della S e rigettò la domanda di manleva nei confronti della IA spa. L'avv. R ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi.
Resistono con controricorsi la S e la società IA spa.
Il R e l'IA spa hanno anche presentato memoria.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 1917 c.c. e omessa motivazione sull'appello incidentale proposto dalla IA spa nella parte in cui è stata contestata la responsabilità professionale del convenuto (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
Il motivo non è fondato.
In materia di procedimento civile, si ha garanzia propria quando la domanda principale e quella di garanzia hanno lo stesso titolo, o quando si verifica una connessione obiettiva tra i titoli delle due domande, o quando sia unico il fatto generatore della responsabilità prospettata con l'azione principale e con quella di regresso. Si ha, invece, garanzia impropria quando il convenuto tende a riversare sul terzo le conseguenze del proprio inadempimento o, comunque, della lite in cui è coinvolto, in base ad un titolo diverso da quello dedotto con la domanda principale (Cass. 29.7.2009 n. 17688; Cass. ord. 24.1.2007 n. 1515; Cass. 30.9.2005 n. 19208). Ora, nel caso in esame, è evidente che il titolo delle domande proposte sia diverso.
La prima, quella di risarcimento dei danni proposta dalla S nei confronti del R, attiene alla responsabilità professionale del legale, mentre quella in base alla quale quest'ultimo ha convenuto in giudizio la sua compagnia di assicurazione è fondata sul contratto di assicurazione.
Peraltro, a questa conclusione, che comporterebbe l'infondatezza del motivo, se ne deve anteporre un'altra di per sè logicamente pregiudiziale.
L'IA, infatti, - che ha proposto appello incidentale in ordine alla contestata operatività della garanzia assicurativa, - non ha contestato l'accertamento della responsabilità effettuata dal primo giudice chiedendo, nella conclusioni rassegnate nel giudizio di appello, "confermare parzialmente la sentenza del Tribunale di Crotone nella parte in cui afferma la responsabilità dell'Avv. R e lo condanna al risarcimento dei danni a favore di S Maria".
Ora, l'appello incidentale sul punto della responsabilità proposto dal R, è stato dichiarato inammissibile, perché tardivo, dalla Corte di merito; ed una tale statuizione non è stata oggetto di impugnazione da parte dell'attuale ricorrente.
Ne deriva che si è formato il giudicato sul rapporto principale e sulla responsabilità, riconosciuta, del professionista; ragion per cui è ininfluente - pur avendo visto ricorrere un'ipotesi di garanzia impropria ù discutere della natura della garanzia. Con il secondo motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione rivolta alla decisione di primo grado in merito al criterio di valutazione del danno risarcibile (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
Con il terzo motivo si denuncia violazione di legge e insufficiente e contraddittoria motivazione nella valutazione del danno risarcibile (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
I due motivi, per l'evidente connessione delle censure con gli stessi proposte, sono esaminati congiuntamente.
Essi non sono fondati.
L'inadempimento dell'odierno ricorrente - come riconosciuto correttamente dalla sentenza impugnata - riguarda, non solo l'estinzione della procedura esecutiva promossa, ma anche la perdita del diritto riconosciuto dalla sentenza - per la sua prescrizione - e quindi l'actio iudicati.
Con accurata motivazione, la Corte di merito ha sottolineato che "il diritto della S, accertato con una sentenza passata in giudicato, qualora non fosse stato soddisfatto completamente nell'esecuzione dichiarata estinta, avrebbe comunque continuato ad esistere per il residuo. Infatti, l'eventuale esecuzione non completamente satisfattiva costituisce, a sua volta, un'ipotesi di estinzione parziale del diritto stesso, che, per la parte restante, continua così ad esistere fino al pagamento integrale, qualora non si estingua per altre cause. Nel caso di specie, la condotta del professionista ha determinato la totale estinzione del diritto della S; ed il danno che ne deriva come conseguenza immediata e diretta corrisponde ad una somma pari all'entità del credito estinto.
Ciò che si è estinto è il diritto riconosciuto dalla sentenza e la conseguente actio judicati".
E, su tale base, ha provveduto alla liquidazione.
Trattasi di motivazione ineccepibile.
Non sussiste alcun vizio motivazionale.
Piuttosto, con la censura proposta, il ricorrente auspica una diversa - e non consentita - valutazione e liquidazione del danno in questa sede.
Con il quarto motivo si denuncia violazione di legge ed errata determinazione degli interessi e della rivalutazione monetaria in contrasto con il costante orientamento della Suprema Corte (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, art. 361 bis c.p.c. (rectius art. 360 bis c.p.c.)).
Il motivo non è fondato.
A seguito dell'intervenuta prescrizione del diritto, produttivo in tale momento, di un danno risarcibile, il credito di valuta della S nei confronti dei F si è estinto ed, al suo posto, è intervenuto il diritto al risarcimento del danno nei confronti dell'avv. R; debito questo di valore (v. anche Cass. 3.8.2010 n. 18028; Cass. 3.3.2009 n. 5054); Cass. 10.3.2006 n. 5234). Corretta, quindi, la liquidazione di interessi e rivalutazione della somma, come effettuata dalla Corte di merito. Con il quinto motivo si denuncia violazione di legge ed insufficiente e contraddittoria motivazione nella parte in cui è stato escluso l'obbligo di manleva della Compagnia Italiana di Assicurazioni spa (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5).
Il ricorrente sottolinea che la polizza assicurativa dell'IA prevedeva un regime di operatività c.d. claims made, in forza della quale ha rilevanza la data della richiesta risarcitoria indipendentemente dalla data dell'errore o della negligenza.
Il motivo non è fondato.
Sono principii affermati dalla giurisprudenza della Corte di cassazione in tema di contratto di assicurazione della responsabilità civile con clausola cosiddetto a richiesta fatta (claims made) - puntualmente riportati nella sentenza impugnata - i seguenti.
Tale contratto non rientra nella fattispecie tipica prevista dall'art. 1917 c.c., ma costituisce un contratto atipico, generalmente lecito ex art. 1322 c.c., poiché, del suindicato art. 1917, l'art. 1932 c.c. prevede l'inderogabilità - se non in senso più favorevole all'assicurato - del terzo e del quarto comma, ma non anche del primo, in base al quale l'assicuratore assume l'obbligo di tenere indenne l'assicurato di quanto questi deve pagare ad un terzo in conseguenza di tutti i fatti (o sinistri) accaduti durante il tempo dell'assicurazione, di cui il medesimo deve rispondere civilmente, per i quali la connessa richiesta di risarcimento del danno, da parte del danneggiato, sia fatta in un momento anche successivo al tempo di efficacia del contratto, e non solo nel periodo di efficacia cronologica del medesimo. Ciò che si desume da un'interpretazione sistematica che tenga conto anche del tenore degli artt. 1917, 1913 e 1914 c.c., i quali individuano l'insorgenza della responsabilità civile nel fatto accaduto.
Nè, al riguardo, assume rilievo l'art. 2952 c.c., relativo alla richiesta di risarcimento fatta dal danneggiato all'assicurato o alla circostanza che sia stata promossa l'azione, trattandosi di norma con differente oggetto e diversa ratio, volta solamente a stabilire la decorrenza del termine di prescrizione dei diritti dell'assicurato nei confronti dell'assicuratore.
Infine, spetta al giudice di merito accertare, caso per caso, se la clausola "a richiesta fatta", riducendo l'ambito oggettivo della responsabilità dell'assicuratore, fissato dall'art. 1917 c.c., configuri una clausola vessatoria ai sensi dell'art. 1341 c.c. (così Cass. 15.3.2005 n. 5624).
Questi principii, però, relativi al regime di operatività della clausola c.d. claims made inserita nella polizza assicurativa, non rilevano, nel caso in esame, per le seguenti ragioni. Tale clausola contrattuale (art. 4 delle condizioni generali di polizza) - come ha correttamente rilevato la Corte di merito - attiene ad un profilo diverso da quello per il quale è stata eccepita l'inoperatività della polizza e relativo, quest'ultimo, alle clausole contenute negli artt. 3 e 11 che pongono a carico dell'assicurato l'obbligo di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative alla rappresentazione del rischio al momento della sottoscrizione della polizza assicurativa. Queste clausole (artt. 3 e 11) sono state ritenute, dal giudice del merito, compatibili con quella c.d. a richiesta fatta (pag. 17 della sentenza), ma l'inoperatività della garanzia è stata affermata per la violazione proprio di dette clausole, e non sulla base di una non corretta valutazione di quella claims made.
Ciò che conduce a ritenere ininfluenti le censure, sotto questo profilo, avanzate dal ricorrente.
Peraltro, la Corte di merito ha chiaramente affermato le ragioni per le quali, nello specifico, ha ritenuto l'inoperatività della polizza assicurativa e ne ha dato ampia e precisa motivazione. Ha, infatti, affermato al riguardo che la polizza assicurativa stipulata dall'avv. R.... decorreva dal 1 giugno 1995 mentre i fatti e le circostanze che hanno cagionato un danno all'appellante si collocano temporaneamente alla data nella quale è stato stipulato il contratto. La procedura esecutiva promossa dalla S era già stata dichiarata estinta il 27 settembre 1992 e risulta in atti che la S aveva richiesto più volte all'assicurato avv. R informazioni su tale procedura.; risulta, in particolare, che, nella nota 28.2.1994, la S scriveva. Spero che nel frattempo il credito di cui sopra non sia caduto in prescrizione". Concludendo "Ciò prova che lo stipulante Avv. R quando sottoscrisse la polizza con l'IA e, cioè in data 1.6.1995, era ben conscio che i danni per cui oggi si discute si erano già verificati e che, con notevole probabilità, sarebbe stato chiamato a risponderne".
Si tratta di accurata motivazione, totalmente condivisibile. Non senza evidenziare, ulteriormente, che in tema di contratto di assicurazione, la reticenza dell'assicurato è causa di annullamento negoziale quando si verifichino cumulativamente tre condizioni: a) che la dichiarazione sia inesatta o reticente; b) che la dichiarazione sia stata resa con dolo o colpa grave; c) che la reticenza sia stata determinante nella formazione del consenso dell'assicuratore.
Ed il giudizio sulla rilevanza delle dichiarazioni inesatte o sulla reticenza del contraente, implicando un apprezzamento di fatto, è riservato al giudice di merito, ed è censurabile in sede di legittimità soltanto se non sia sorretto da una motivazione logica, coerente e completa (v. anche Cass. 30.11.2011 n. 25582); motivazione, invece, per le ragioni già dette, corretta e puntuale. Conclusivamente, il ricorso è rigettato.
Le spese seguono la soccombenza e, liquidate come in dispositivo in favore di ciascuna delle resistenti, sono poste a carico del ricorrente.